Devo ammettere che Luisa Muraro (o chi per lei) sa scegliere bene i titoli dei suoi libri. Se ho deciso di leggere questo brevissimo pamphlet dal titolo Dio è violent, meno di 80 pagine uscito per Nottetempo a 6 euro, pamphlet che a ragione lei stessa definisce libricino, è stato infatti per il titolo e per le recensioni entusiaste di Femminismo a sud.
Pensavo che si fosse ravveduta (o meglio svegliata) ed allontanata, come a suo tempo fece Adriana Cavarero, dalle posizioni di certo femminismo della differenza, che vorrebbe tutte le donne portatrici di un'aura metafisica di superiore moralità che le renderebbe immuni alla violenza, anche quando la subiscono dalla famiglia e dallo Stato. Invece niente, Muraro è irrecuperabile, anche quando parte dalla constatazione di un dato di fatto che si potrebbe anche condividere: cioè che è venuta meno la narrazione salvifica del contratto sociale e che tale venir meno non è imputabile tanto ai cittadini e alle cittadine, quanto allo Stato.
Pensavo che si fosse ravveduta (o meglio svegliata) ed allontanata, come a suo tempo fece Adriana Cavarero, dalle posizioni di certo femminismo della differenza, che vorrebbe tutte le donne portatrici di un'aura metafisica di superiore moralità che le renderebbe immuni alla violenza, anche quando la subiscono dalla famiglia e dallo Stato. Invece niente, Muraro è irrecuperabile, anche quando parte dalla constatazione di un dato di fatto che si potrebbe anche condividere: cioè che è venuta meno la narrazione salvifica del contratto sociale e che tale venir meno non è imputabile tanto ai cittadini e alle cittadine, quanto allo Stato.




Falliti miseramente, almeno per il momento, i tentativi tortuosi di collegare la strage di Brindisi alla mafia o di spiegare l'accaduto con teorie complottiste, adesso è caccia al mostro. Si continua a brancolare nel vuoto e, nell'assenza totale, o quasi, di ogni strumento di analisi capace di ipotizzare una risposta sensata, non rimane che esorcizzare l'orrore e la paura con il solito vecchio escamotage della ricerca del capro espiatorio. Pharmacòs lo chiamavano i Greci, il farmaco su cui abbatteva il delirio collettivo, su cui si scatenava ogni morbosità e ogni tendenza distruttiva, purificando la polis dal male.
