
Gli utlimi strascichi del 2011 stanno portando con sé un ripetuto ri-affiorare di un'espressione che ci piace tanto e che da più di trent'anni si era pensato di poter cancellare dalla memoria collettiva, oltre che dalla lingua italiana. Mi riferisco alla
differenza di classe, che, quando si fa insopportabile, sfocia nel conflitto e dunque nella lotta di classe.
Non che quest'ultima fosse stata abbandonata del tutto: in realtà, a partire dagli anni 80, la ridistribuzione del benessere dopo le lotte operaie degli anni 60/70, la concessione di diritti e di tutele come lo statuto dei lavoratori e la politica del panem et circenses, avevano indotto le masse a ritenere che ormai la lotta di classe non fosse più necessaria, che fosse soltanto un'anticaglia surpeflua e fuori moda, relitto di un passato ormai sempre più lontano a cui continuavano ad aggrapparsi uno sparuto gruppetto di nostalgici vetero-marxisti.
Per cui, mentre le masse riposavano tranquille, addomesticate da quattro soldi in più nel portafoglio e dalla generosa copiosità di tettone che riempivano gli schermi, spacciate per una conquista del femminismo, i capitalisti s'appropiavano della lotta di classe dismessa dai lavoratori e dalle lavoratrici e si organizzavano per un lento e silenzioso contrattacco: quello che ci hanno sferrato mentre eravamo presi dall'organizzare le ferie d'agosto e intanto si dava il via alla stagione delle delocalizzazioni, delle collaborazioni coordinate e continuative, dei contratti a progetto, del lavoro interinale, misure, queste ultime, propagandate come tentativi di riforma del lavoro necessarie all'occupazione giovanile.